Rivalutare l’errore come forma di militanza visiva

 

Educare lo sguardo all’errore è un invito anomalo. Domandarsi il perché è un passaggio quasi automatico, che ammette più risposte. Le prime guardano l’errore in faccia e ne sviluppano forme di correzione; le successive lo osservano di lato o dall’interno e sviluppano visioni alternative.

Durante la prima Masterclass di MagToMag 2025, Francesco Ciaponi – autore, founder di Edizioni Dal Frisco e docente all’Accademia di Brera e a Modartech – ci invita ad andare incontro all’errore: non per correggerlo, ma per considerarlo come un’alternativa. Fin dagli studi accademici educhiamo il nostro sguardo a canoni precisi ed equilibrati, e ciò che eccede o devia viene cerchiato e indicato come errore. Un’azione che, tuttavia, rischia di diventare un automatismo e di portare a un progressivo svuotamento della struttura dei canoni,  ormai accettata per consuetudine, e all’azzeramento di possibili forme alternative. L’errore, come ancora di dissidenza e percorso divergente, assume quindi un ruolo cruciale.

Tra gli esempi di errori che hanno condotto a soluzioni del tutto diverse da quanto inizialmente immaginato, troviamo la storia editoriale de L'Incredibile Hulk. La prima versione, del 1962, avrebbe dovuto essere stampata in una tonalità di grigio che, tuttavia, a causa di problemi tipografici, risultava sempre alterata. Il personaggio appariva infatti in una gamma di grigi, più scuri o più chiari, ma mai nella tonalità prevista.
Per questo motivo, i suoi ideatori, Stan Lee e Jack Kirby, optarono per il verde: Hulk sarebbe stato verde, verde di rabbia.

L'Incredibile Hulk #1

Un altro caso, più assimilabile a una deviazione di stampa che a un vero e proprio errore, è quello di Ray Gun: nel 1992, il famoso direttore grafico e designer David Carson, di fronte al risultato insoddisfacente dell’intervista al cantante Brian Ferry, decise provocatoriamente di tradurre l’intero testo in Dingbat, un font composto unicamente da simboli. Il risultato fu qualcosa di totalmente incomprensibile.

Ray Gun, 1992


Un discorso simile è quello di Metazine, progetto editoriale nato nel 2015 in Inghilterra da una serie di attività laboratoriali di studenti che stamparono l’editoriale in risograph, una tecnica di stampa spesso fuori registro e soggetta a numerose sbavature. Il risultato fu un prodotto non patinato e volutamente impreciso.

Metazine, 2015.

Sempre su questo filone, ma in forma più estrema, si colloca Gross, rivista pubblicata nel 2017 e caratterizzata dalla presenza di numerosi adesivi. Nulla di nuovo, se si considera che si tratta di una pratica già diffusa negli anni Sessanta, quando le riviste psichedeliche iniziarono a promuoversi attraverso l’inserzione di adesivi. Tuttavia, il caso di Grosso è diverso: gli adesivi erano stati applicati in vari punti della rivista in modo tale da impedire la lettura. La loro rimozione implicava un ruolo attivo – un vero e proprio peeling – da parte del lettore e, allo stesso tempo, la parziale rovina della rivista: levando l’adesivo, infatti, la pagina si sciupava inevitabilmente.

Gross Magazine, Vol.2

Questi casi sono interessanti perché giocano con il meccanismo della macchina e sfidano una fruizione regolare della rivista, offrendo così spunti di riflessione sull’errore come forma di militanza contro canoni patinati e modalità di lettura facilmente comprensibili. Vale la pena aggiungere che si tratta di pratiche e forme editoriali affini alle fanzine, veri e propri prodotti underground del passato, in cui nella scarsità di mezzi e possibilità si lavorava con ciò che si aveva a disposizione.

Se fin dalle elementari l’errore non è stato altro che un segno rosso, il male assoluto, rivalutarne oggi l’ontologia e le possibilità può consentirci di creare forme alternative e dissidenti di fronte all’omologazione dei prodotti e all’azzeramento della creatività. Prendiamo in prestito il concetto di potere da Michel Foucault, secondo cui il potere è il canone imposto che silenziosamente si insinua nei rapporti, siano essi familiari o istituzionali; applichiamolo ora alla grafica editoriale: il potere è ciò che ci viene insegnato a scuola o che assimiliamo osservando le maggiori testate, chiare, patinate e facilmente fruibili. Mettere in discussione questa forma estetica ci aiuta a non assecondare un solo canone e a preservare la possibilità dell’alternativa, anche quando essa appare troppo inconsueta. Quando creiamo qualcosa, soprattutto un oggetto editoriale, dobbiamo poter provare e trasmettere emozioni: il creatore, così come il fruitore, deve percepire l’anima della rivista che pulsa, e non lasciarsi semplicemente assopire da un’estetica liscia e priva di tensione.

Forse in segno di provocazione, la Masterclass si chiude con un’allusione al Teatro di Volterra, dove gli spettatori, già al secondo o terzo spettacolo, si munivano di frutta e verdura da lanciare sul palco. D’altronde, cos’è la performance se non qualcosa in cui anche lo spettatore è chiamato ad avere un ruolo attivo? – chiede Francesco Ciaponi, aggiungendo come la rivista debba dialogare con questa stessa idea di partecipazione: il creatore e il fruitore devono entrambi provare emozioni attraverso le pagine della rivista.

06 gennaio 2026 — VALENTINA ANGELI

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