Se ne parlava ormai da diversi mesi e, tra un rumors e un altro, anticipazioni di cover e spoiler su brand partner e collaboratori, la nostra curiosità di scoprire il nuovo magazine della leggendaria Katie Grand, già editor di Pop e Love, è salita alle stelle.

Finalmente un paio di settimane fa è arrivato e ci siamo ritrovati tra le mani un tomo di quasi quattro chili di peso, 464 pagine di pura bellezza introdotte da cover rigida e, udite udite, un flexy disc firmato niente poco di meno che da Gucci.
Ma Perfect non è solo un’altra rivista e non è una classica rivista di moda, si presenta come un librone (no, non riuscirete a leggerlo seduti comodi in poltrona o a portarvelo a spasso in metro) che fa della sua multicanalità il vero punto di forza. E lo ammettiamo, noi di Frab’s che da due anni vi raccontiamo il nostro amore per le riviste di nicchie che, come spesso scriviamo, sono per chi ha perso i sensi delle cose perché con tutti i sensi vanno vissute, siamo rimasti colpiti dall’editoriale di Katie Grand che scrive: "ciò che ci siamo sforzati di fare con Perfect è stato prendere il formato della rivista ed elevarlo da un prodotto di carta usa e getta a un oggetto desiderabile, che soddisfi tutti i sensi, attraverso il suono e il tatto, la parola e l'immagine. Non abbiamo voluto renderlo perfetto nel senso moderno del termine, ma lo abbiamo realizzarto nel modo più completo possibile".

Perfect magazine

La curiosità però non si ferma a questo numero perché, promette la Grand, ogni edizione avrà un formato diverso.
L’edizione pilota che, volutamente, è la numero zero perché nato in piena pandemia e quindi accompagnata da una serie di inaspettate difficoltà che hanno modificato il progetto originario della rivista, è un grande cartonato quadrato.

A darci il benvenuto c’è il flexy disc firmato Gucci che ha collaborato con Perfect producendo Notes from the Underground: una serie di 11 flexy disc prodotti con il contributo di alcuni musicisti rappresentativi della frangia indipendente, sperimentale e avant-pop, selezionati dal direttore musicale di Gucci, Steve Mackey, e da Alessandro Michele che ha anche illustrato il disco.
Segue quella che a noi è sembrata una lunghissima serie di ben 40 pagine pubblicitarie tradizionali che però, piazzate tutte insieme a inizio rivista, non ne rovinano i contenuti, scorrevoli e preziosi.
A farci entrare nel vivo del magazine, c’è una riflessione del critico Bridget Foley sul ruolo che avrà la moda nel post-pandemia che prova a rispondere ad alcune domande: a cosa servirà la moda? La couture, le sfilate, le emozioni e la fantasia che scaturisce da ogni singola collezione saranno ancora rilevanti o verranno percepite come irresponsabili, superflue, prive di senso?
Tra un editoriale e l’altro, un progetto artistico e l’altro, incontriamo interviste e long-form, come quella a un Virgil Abloh un po’ reticente, ma forse proprio per questo ancora più pragmatico e carismatico ai nostri occhi. Si parla poi di sostenibilità con il modello danese Peter Dupont, che ha fondato una compagnia di moda eco-conscious, la Dura and Forma; e ancora, si affronta il tema della (im)perfezione, sogno e chimera che difficilmente si tramuta in realtà.
C’è poi un portfolio di moda con Kate Moss, Ajok Madel, l'attore Kingsley Ben-Adir realizzato da Rafael Pavarotti, un servizio sulla star di TikTok Dixie D'Amelio fotografato da Jahmad Balugo, servizi del fotografo Rasharn Agyemang, lo scrittore Pierre A M’Pelé (alias Pam Boy), l'artista Laetitia Ky e il fotografo Trunk Xu.

Le pagine che personalmente credo di aver amato di più della rivista sono quelle che la chiudono. Un cambio di carta, che da spessa e patinata si fa usomano e leggera, ci catapulta quasi in un altro magazine, lontano dal glamour e dagli scintillii dell’alta moda: Bored è il titolo del portfolio fotografico di Alasdair McLellan che chiude Perfect, dedicata a un’Inghilterra grigia e nebbiosa, abbattuta nel tetro inverno del suo terzo lockdown. Una serie fotografica che è la perfetta antagonista della viva e colorata bellezza percepita nelle pagine precedenti e che restituisce bene il senso di quel “completo”, riferito al magazine, pronunciato da Katie Grand nel suo editoriale.

Al netto della pubblicità che, seppur presente, non turba l’indipendenza del magazine, Perfect ci piace perché riassume bene quelle caratteristiche di alta qualità (di forma e contenuti) che cerchiamo in ogni rivista. Aspettative più che superate, insomma, per quella che sicuramente diventarà un’ottima concorrente di “riviste” del livello di Purple, in grado di affiancare a contenuti puramente di moda, anche arte, cultura, ma soprattutto tematiche sociali che stimolano riflessioni e cambiamenti.

Se volete perdervi tra le sue pagine, lo potete trovate QUI 

Perfect magazine

Perfect magazine

Perfect magazine

13 maj 2021 — Anna Frabotta
Tag: recensioni

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