Com’è iniziato il tuo lavoro e come ti ci sei approcciata?
Devo un po’ ricostruire, perché in realtà fino al 2014 ho sempre lavorato per gallerie d’arte moderna e contemporanea, soprattutto legate al ’900 storico. Tutto ha iniziato a cambiare quando, per una serie di contingenze personali e lavorative, ho deciso di dedicarmi ad altro. Ho cominciato con alcuni progetti legati al design,  lavorando su allestimenti di piccoli set con amici fotografi, dalla ricerca dei props, al set disign. Realizzavo più che dei moodboard, dei veri e propri collage con Photoshop per visualizzare quello che sarebbe successo poi sul set. Mettevo insieme una sedia, un tavolo, un vaso, una parete, finché un giorno per divertirmi ho iniziato ad aggiungere elementi che non centravano nulla, un pesce, un pezzetto di mare, una forchetta gigante. pian piano hanno iniziato a prendere forma immagini interessanti, al punto che un giorno un amico mi disse: “Ma perché non provi a farli davvero, a realizzarli con la carta stampata?”. E da lì, di fatto, è partito tutto. Mi sono costruita un portfolio e ho iniziato ad andare in giro, proprio knock knock the door. E anche se avevo immagini semplici e non ero più una ventenne - mi sentivo un po’ sfigata - è stato da lì che sono arrivati i primi lavori. Il primissimo fu per il Living (ndr. inserto del Corriere della Sera). Con l’avvento del Covid, tutto è partito sul serio: mentre non si poteva più scattare all’esterno, i miei lavori riuscivano a unire parti di mondo e di immaginari che con la fotografia non si potevano più raggiungere.

Come scegli le immagini dei tuoi collage? Aldilà dei lavori che ti commissionano, hai dei soggetti che preferisci e un repertorio che ami utilizzare?
Sono molto disordinata, però ho diverse cartelle nel pc e cassetti in studio in cui raccolgo le immagini che mi colpiscono. Sicuramente torno spesso agli orizzonti, a questa idea di dividere a metà. Cerco anche una certa essenzialità che, però, nei lavori su commissione molte volte viene meno, perché sei obbligata a inserire un certo numero di prodotti e a dare a ciascuno una rilevanza precisa. Però, se fosse per me, ci sarebbero sempre il mare, l’acqua e pochi altri elementi.


Maggio


Nei tuoi collage, qual è il legame tra gli oggetti?
In realtà lavoro molto sulla composizione: che si tratti di una sedia o di un fiore, mi concentro soprattutto sull’aspetto compositivo, sul bilanciamento delle forme e dei colori. Non sono tanto interessata a raccontare storie chiare e definite, quanto piuttosto a creare immagini evocative e armoniche, capaci di suscitare qualcosa di diverso in ciascuno.

È come creare outfit, diciamo. Ma c’è anche una storia che vuoi raccontare?
Non sono tanto interessata a raccontare storie chiare e definite, quanto piuttosto a creare immagini evocative, capaci di suscitare qualcosa di diverso in ciascuno. In un certo senso faccio l’esatto opposto di ciò che fa un fumettista: non seguo e non scrivo un testo,  ma rimango nell’idea di costruire un luogo capace di generare visioni e letture multiple; è chi guarda che scegliere cosa vedere. Quello che vedo io è diverso da ciò che potresti vedere tu: se non ti do troppe informazioni, una sedia vuota può rappresentare per me l'assenza, per te l'attesa. E mi piace pensare che ciascuno possa sentirsi libero di immaginare e scrivere ciò che vuole. È un set, dove tutto può succedere e che si può osservare da diverse angolature.

Mi chiedo quindi se collaborare con il design, sia anche funzionale a questo approccio.
Assolutamente si. Come del resto, anche la moda.

Come funziona la tua ricerca delle immagini?
Le immagini che utilizzo arrivano da luoghi diversi: close up di fotografie scattate da me o da altri, oggetti comprti su ebay, riviste, libri... Faccio tantissime fotografie durante il giorno, anche solo mentre cammino per strada, perchè penso sempre che un domani potrebbero servirmi. Sono sempre alla ricerca. Nel mio lavoro c'è poi anche una questione etica: riprendo molte opere d’arte e cerco sempre di citarle in modo esplicito, con garbo e talvolta ironia. Se, per esempio, prendo quell’alberello dalla Cappella degli Scrovegni, in qualche modo lo devo far capire. È una citazione esplicita, che spero di riuscire a fare sempre con garbo ed eleganza, e talvolta, perché no, anche con un po' di ironia.

Come intervieni nel ritaglio, nell’ estrapolazione dell’immagine?
Non ritaglio pagine, le stampo. Se a un mercatino trovo una fotografia con una figura che mi intriga, la fotografo e poi la stampo su carta cotone. Quello che trovo non lo tocco: taglio il mio, non taglio ciò che è degli altri. È un procedimento abbastanza comune per chi fa collage, la vera differenza sta nella composizione,  nel modo in cui lavori le immagini e nella carta che scegli di utilizzare.

Quanto tempo richiede, in media, la realizzazione di un collage?
Dipende, ci sono immagini felici che ti escono subito e altre invece che ti fanno impazzire. Però, diciamo che il tempo, per me, ideale per fare un collage sono tre giorni e una notte. Anche perché ho un repertorio di oggetti da inserire già pronti -  non utilizzando la colla riutilizzo spesso i ritagli- . Se invece devo lavorare sulla tridimensionalità reale, ci metto più tempo.

Come scegli se lavorare in piatto o in tridimensionalità?
Lavoro con il collage per tutto ciò che finirà sul web o su instgram. Si tratta di immagini veloci che le persone vedono in dimensioni veramente ridotte. Questo vale anche per le riviste, perchè i tempi sono spesso strettisimi e capitano cambiamenti all'ultimo momento, come sostituire un prodotto e aggiumgerne un altro. Il discorso cambia per progetti più complessi, come per una vetrina, allora realizzo dei veri e propri diorami. 

Ti contattano anche per le pubblicità sulle riviste?
Si, mi capitano in realtà più publiredazionali che redazionali. Che sia per l'uno o per l'altro, mi viene dato un tema su cui lavorare, le immagini dei prodotti dei brand o del brand inserzionista, dimensione della pagina, singola o doppia, e da li parto. Prima con un layout in photoshop, poi, quando approvato, con la stampa, il ritaglio e lo scatto finale. 

Quindi per te le riviste sono più di una vetrina, ma una vera e propria commissione lavorativa?
Sì, assolutamente, sia nell’ambito della moda che in quello del design. Sono settori che in realtà seguo e non seguo, conosco e non consoco. Ma il bello è proprio questo: l'occhio resta curioso e finisci per scoprire moltissime cose, dall’anteprima di una nuova collezione, al nome e alla storia di una sedia che magari ti colpisce e diventa il soggetto del lavoro successivo.

Giardini onirici, AD Italia, Aprile 2025.

Qual è il tuo rapporto con l’AI? Ormai molti contenuti vengono sviluppati così.
La utilizzo raramente, quando cerco un elemento specifico, difficilmente reperibile o che richiederebbe lunghi tempi di realizzazione per essere riprodotto. In questi casi, la matrice può arrivare dall'AI, ma tutto viene poi sempre stampato e ritagliato. Il sapore del ritaglio, sia come pratica che come estetica, non è per me sostituibile. 

апрель 28, 2026 — VALENTINA ANGELI

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