Intervista con Gianmarco Pacione, Creative Editor

Per alcuni lo sport è materia televisiva e performativa, per altri è pura emozione e adrenalina. Ma per chi lo sport lo ha attraversato e praticato per anni, spesso fin dall’infanzia, parlarne significa comprendere uno stile di vita che esce dalle palestre e dagli stadi e arriva fino alle mura di casa, ai sentieri su cui correre, alla musica nelle cuffie prima, durante e dopo gli allenamenti, e all’abbigliamento.
Athleta Magazine, arrivata ormai alla sua tredicesima issue, è una rivista indipendente che ci racconta lo sport proprio in questi termini: attraverso uno sguardo documentaristico, interdisciplinare e sensibile. Uno sguardo che nasce dall’esperienza diretta di chi lo sport lo ha vissuto fin da bambin*. 
Ne abbiamo parlato con Gianmarco Pacione, text editor del magazine.

 

V.A. Partiamo dall’inizio. Come nasce Athleta Magazine? A quali esigenze voleva rispondere e come si è strutturato nel tempo?


G.P. Athleta Magazine nasce dall’incontro tra due figure che dello sport hanno fatto una parte enorme della propria identità, creativa e umana: Giovanni Gallio e Sara Capovilla, divenuti, nel tempo, e parallelamente ai propri percorsi sportivi, fotografi documentaristici e fashion, di base a Verona. Sara ha giocato a calcio in Serie A femminile, con il Chievo, mentre Giovanni è da sempre un praticante multisportivo, con particolare affinità con il mondo rugbistico. Dopo aver fondato lo studio RiseUp Duo, ancora oggi attivo, si sono detti che mancava un media che fosse realmente in grado di raccontare ed elevare lo sport attraverso filtri differenti rispetto a quelli canonici. Partendo dal medium della fotografia contemporanea, hanno così deciso d’intercettare storie vicine e lontane al mainstream, mai focalizzate su statistiche e risultati, o su vuoti messaggi, provando a penetrare, invece, tanto il vissuto degli atleti, quanto le sfumature culturali di specifici eventi, atleti e sottoculture sportive. Da questa intuizione è nato Athleta Magazine. Credo basti guardare alla primissima copertina, dedicata ad un’ancora giovanissima e sconosciuta Bebe Vio, per comprendere l’essenza della loro ricerca.
In quella cover figuravano solo le protesi dell’oggi icona Azzurra. Il team si è poi strutturato nel tempo. Durante le prime uscite cartacee, Massimo Menegazzi ha unito la propria esperienza nel marketing e nel fashion alla visione di Giovanni e Sara. Contemporaneamente, sono entrato anch’io a far parte del progetto, quando ancora giocavo a basket ed avevo appena finito un percorso accademico in Lettere. Una volta fondato questo nucleo, a cui si è accorpata anche Federica Vilio, oggi project manager e responsabile di tutte le produzioni, abbiamo deciso di far evolvere Athleta Mag come media e agenzia a tutto tondo, provando a trasporre la filosofia alla base del magazine cartaceo in ogni dimensione parallela. L’obiettivo era far dialogare una pubblicazione cartacea, ora semestrale, con quella quotidiana del web, della ricerca online e della produzione di contenuti per terzi. L’idea di fondo ha, però, continuato ad essere la medesima: intercettare, coinvolgere creativi legati all’immaginario sportivo ed evidenziare i loro sguardi eterogenei, in grado di trattare lo sforzo atletico, e ciò che lo circonda, come parte fondativa dell’esistenza umana, del modo d’intendere ed esplorare il mondo… E di fare lo stesso con gli atleti, permettendo loro di esprimersi in quanto esseri umani, non in quanto celebrità performanti. 

 

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Athleta Magazine issue 0

V.A. Guardando ai servizi fotografici di Athleta Mag c’è uno sguardo documentaristico, quasi narrativo, tanto lontano da una patina fredda e patinata, quanto vicino a quello di un racconto. Questo come accennavi si lega probabilmente alla volontà di rappresentare lo sport in modo differente. Ti va di raccontarci di più a proposito?

G.P. Siamo stati e, per certi versi, siamo ancora abituati ad una rappresentazione dello sport unicamente incentrata sui risultati, o su contenuti dal breve respiro, che ritengo essere completamente inutili per la crescita di un appassionato sportivo o, semplicemente, di un essere umano. Per Athleta Mag, invece, lo sport mai è un compartimento stagno, piuttosto è una lente attraverso cui poter tracciare intere traiettorie esistenziali, scoprire culture, indagare passioni determinanti ben oltre il campo di gioco. Ovviamente, questo comporta un approccio narrativo e visuale di profonda attenzione, in equilibrio tra ricerca antropologica ed artistica. Questo tipo di approccio determina direttamente come ci prepariamo per ogni contenuto, produzione o semplice intervista: trascorriamo giornate a studiare, tra podcast, articoli e documentari alla ricerca di frasi e momenti significativi, che possano fornirci angoli  narrativi stratificati, veri. A livello fotografico, ragioniamo sulla base di suggestioni che non combaciano necessariamente con il momento della competizione, ma con ciò che lo circonda, precede o caratterizza, sia da un punto di vista gestuale, che emotivo e sensoriale. Per esempio, recentemente abbiamo avuto modo di ritrarre Nadia Battocletti per una campagna ASICS, ed abbiamo deciso di farlo mettendo in comunicazione i luoghi trentini che hanno dato forma alla sua corsa con la sua specializzazione accademica in Architettura e il suo punto di vista sull’architettura, per l’appunto, della sua stessa corsa, intesa come frutto di questa confluenza di filoni, a cui va aggiunta un’eredità familiare multiculturale. Ragionare sul contesto, sull’essenza, sull’identità, piuttosto che sul risultato, è un passaggio certamente più lento e difficoltosa, ma che riteniamo estremamente significativo. Ovvio, richiede una comprensione profonda di cosa significhi, davvero, praticare sport. Richiede studio e competenza. Esperienza diretta. Lo sport ci ha regalato una grande fortuna: avere ben chiaro quanto caratterizzi e, allo stesso tempo, sia caratterizzato dall’identità di una persona. Questo vale per campioni assoluti, come Nadia, ma anche per amatori, membri di community, appassionati, membri di comunità ludiche tradizionali…

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V.A. Voi siete a tutti gli effetti degli insider, avete degli strumenti di know-how per fare delle domande precise e per comprendere tanti meccanismi, cosa che nel giornalismo, soprattutto del web, si perde per ottenere dei click immediati. E questo chiaramente vi differenzia, ma c’è poi un altro aspetto: questi strumenti vi permettono di intercettare persone meno note tra sportivi e direi anche creativi e contributor?


G.P. Come dicevo, il nostro approccio non vuole essere elitario, o legato solo a sportivi di altissimi livello, anzi: un branch essenziale della nostra identità digital è l’esplorazione quotidiana di artisti, creativi, designer, fotografi e registi che dello sport fanno una musa e un cardine del proprio modo di vivere. Siamo un team piccolo, ma quotidianamente investiamo ore e ore di ricerca, tra libri, campagne, short documentary, mostre... È un flusso in cui siamo completamente immersi, che ci porta a intercettare differenti personalità con lo scopo di scoprire che dettagli e ispirazioni sportive si celino nei loro, rispettivi, immaginari. L’obiettivo ultimo è creare un network di figure virtuose, atleti compresi, in grado di abbracciare lo sport come forma artistica, educativa e culturale. Questo approccio, fortunatamente, ci sta anche permettendo di essere contattati, a nostra volta, da tante persone che nell’autorevolezza e profondità del nostro trattamento editoriale vedono un output ideale per condividere progetti specifici, o per esprimere il proprio amore per lo sport. Un circolo virtuoso, per l’appunto, in cui le persone che conosciamo e i contenuti che realizziamo ci permettono di alimentare, e di essere a loro volta alimentati, dalle nostre conoscenze.

V.A. Prima mi dicevi come, oltre al cartaceo, abbiate anche una piattaforma digitale. Ci sono delle differenze nel rapporto che avete con i due medium e nel ruolo che questi hanno nel creare una community fisica e digitale?


G.P. A livello cartaceo, Giovanni e Sara continuano ad avere la totale direzione artistica. Insieme a loro, cerchiamo di far convogliare contenuti e reportage che riteniamo più alti e significativi, inclusi progetti speciali, supportati da brand. Anche quest’ultimi, però, mantengono sempre una profonda vocazione artistica, risultando quindi molto lontani dall’usuale idea di adv. Al di là di questo, la produzione su carta tende a raccontare storie, sia a livello fotografico che scritto, attraverso una patina lirica, poetica… Vuole essere un mosaico d’esperienze e prospettive raffinate, giunte da tutto il globo. Quella digitale, invece, è più descrittiva e long-form, e si concentra soprattutto sugli aspetti biografici di ogni intervistato. Sono due medium complementari, che ci permettono di ragionare su approcci sempre più multidimensionali, anche esterni al mondo digitale e cartaceo. Un esempio di questa dinamica è una recente mostra che abbiamo organizzato a Parigi in collaborazione con Champion, dedicata al mondo del fighting e intitolata Fighting as Art, tenutasi durante la passata Fashion Week presso lo showroom di Rue de Turenne. Per l’occasione, abbiamo coinvolto Boogie, noto fotografo serbo con una lunga esperienza reportagistica tra palestre popolari, camp di muay thai, nobile arte e sottocultura ultras. La mostra ha attratto un pubblico estremamente eterogeneo, da fighter locali a fotografi fashion e appassionati d’arte. Contemporaneamente, abbiamo creato una zine in edizione limitata, distribuita in loco, e pubblicato un’intervista verticale sul nostro media digital, in cui Boogie ha potuto esprimere pienamente il proprio rapporto con il fighting, come atleta e come creativo. È una direzione che, crediamo, possa porci come partner ideali per progetti che prevedano una certa densità a livello culturale.

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Fighting as Art

V.A. A proposito di moda, sono molto interessanti le vostre collaborazioni perché, sicuramente anche per il vostro approccio narrativo, non cadono in cliché o in contenuti patinati ma si tengono molto aderenti al vostro modo di parlare. Come vi relazionate con i brand e qual è il vostro ruolo nella direzione creativa?


G.P. Penso che la credibilità acquisita nel tempo ci stia permettendo di ottenere libertà creativa in molti dei progetti commissionati. A questo teniamo molto: la cifra culturale ed estetica di ogni produzione devono essere sempre coerenti con la visione di Athleta Mag, e guidare la produzione stessa. Per noi lo sport è ludus, il gioco descritto da Huizinga, un dato fondativo e imprescindibile dall’umanità stessa, parte del patrimonio individuale e collettivo. Questa consapevolezza ci pone nella costante condizione di non voler sporcare il nostro approccio narrativo, e di elevare il più possibile la rilevanza effettiva dello sport come strumento di scoperta, e di racconto. Inoltre, abbiamo la fortuna di avere una Fashion Editor come Silvia Ortombina, ‘Tiny Idols’, figura di riferimento nel panorama dello styling nazionale ed internazionale, recentemente coinvolta come Costume Director delle Paralimpiadi di Milano Cortina. Mi piace anche aggiungere che le figure intercettate attraverso la nostra ricerca digital vengono poi selezionate e coinvolte per molti progetti specifici, che riteniamo affini alle loro rispettive visioni estetiche ed approcci narrativi. Per questo, con i brand si creano vere e proprie sinergie, consulenze autoriali e visuali, oserei dire, atte ad esplicitare il più possibile la bellezza ed il dato umano reale alla base della connessione tra atleti, eventi o community che supportano e la cifra sportiva che li definisce. Anche in questo caso, le produzioni si suddividono tra focus cartacei e digital, o confluiscono in entrambi gli output, diversificandosi nella forma. In aggiunta, stiamo producendo sempre più documentari e libri o pubblicazioni ad hoc. 

Athleta Magazine issue 13

 

V.A. Come si sta evolvendo Athleta Mag e quali sono i progetti che hanno segnato il vostro percorso e i suoi punti di svolta?


G.P. Nell’ultimo anno, anche grazie all’innesto di nuove figure come Filippo Libenzi, che mi supporta a livello editoriale, e all’evoluzione di creativi interni, come Riccardo Romani, fotografo specializzato anche nella creatività AI, Athleta Magazine sta ampliando il proprio pubblico e decisamente aumentando il numero di realtà, così come di singoli individui, con cui è in contatto. Questo ci ha portato a prevedere una pubblicazione semestrale del mag cartaceo, prima pubblicato su base annuale, e ad avere un flusso costante d’interviste e focus digital di altissimo livello. Sempre più persone, infatti, si riconoscono nel nostro modo di raccontare lo sport e nella nostra apertura verso discipline eterogenee, anche distanti dall’attenzione comune. A contribuire a questa crescita è, sicuramente, anche una sempre maggiore distribuzione del nostro mag tra librerie specifiche, musei di arte e fotografia contemporanea e concept store di tutto il mondo, così come la composizione del nostro pubblico, che oggi ha raggiunto una decisa prevalenza internazionale. Proprio in questi giorni stiamo lanciando l’ultimo capitolo del nostro viaggio cartaceo, l’Issue 13. Tra i progetti che ritengo particolarmente significativi per descrivere il nostro percorso recente c’è, senza dubbio, il coinvolgimento di una lente come quella di Lori Grinker, fotografa storica di Mike Tyson, per la cover di una pietra miliare come la nostra Issue 10: simbolo di come, pur essendo immersi nella comunicazione contemporanea, proseguiamo nella nostra intenzionale ricerca culturale, riuscendo ad intercettare anche leggende della documentazione sportiva. Lori Grinker iniziò per caso a lavorare con un Mike Tyson ancora adolescente e sconosciuto, incontrandolo mentre stava plasmando un progetto accademico sulla boxe femminile ambientato nella palestra di Cus D’Amato: storico allenatore di Tyson che le consigliò di seguire quello che lui riteneva essere un prodigio. Grinker continuò a fotografarlo, anche in momenti estremamente intimi, lungo tutta la sua ascesa, fino alla fase più oscura della sua vita, momento in cui lei scelse di seguire nuove strade e nuovi progetti. 

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Athleta magazine issue 13

V.A. È una cover che è anche una metanarrazione di quello che è il vostro approccio.


G.P. Esatto, è una storia dentro una storia, che noi troviamo molto significativa. Poi, posso menzionare una coppia di produzioni effettuate insieme a K-Way. La prima dedicata al velista Ambrogio Beccaria, la seconda al freediver Arnaud Jerald. Entrambe ci hanno permesso di sviluppare un articolo per il cartaceo, dei focus digital e dei documentari, che sono stati proiettati in vari festival. Appena prima delle ultime, estremamente fruttuose, Olimpiadi Invernali, abbiamo raccontato la nazionale italiana di short track. Vederli vincere numerose medaglie dopo aver pubblicato articoli corredati da gallery fotografiche eclettiche ed uno short docu dall’alto impatto estetico, prodotto in collaborazione con AQuest, è stato fantastico. Ci ha reso fieri di aver selezionato, anche se ignari di quello che sarebbe potuto accadere in sede di gara, uno sport che fino a quel momento risultava nell’ombra, ma in cui noi abbiamo visto una miniera di potenziali storie e suggestioni artistiche. Infine, va menzionato che ad inizio 2026 siamo stati il partner di riferimento per una speciale collaborazione tra ACG e Inter. Siamo stati selezionati per narrare la fusione di differenti dimensioni scaturita da questa partnership, come quella musicale, comunitaria (trail running) e culturale, data dal coinvolgimento di leggende nerazzurre, in una serie di speciali eventi organizzati lungo una settimana. Questo e tanti altri episodi simili sono conferme che il nostro modo d’intendere lo sport come ponte, come finestra, come punto di contatto ha effettivo valore. E questo tipo di realizzazione ci spinge a voler proseguire in questa direzione.

Athleta Magazine issue 12
27 juillet, 2026 — VALENTINA ANGELI

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